Salvare il piccolo commercio nei piccoli centri e altrove (e le botteghe di piccoli artigiani) è salvare la vitalità dei luoghi abitati. Proponiamo una interessante riflessione sul tema.
Il Municipio di Cessalto, paese di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia è diventato punto di riferimento nazionale delle politiche fiscali per il piccolo commercio: l’argine contro l’agonia dei centri storici, il baluardo contro i centri commerciali, il forte Apache della resistenza al fisco centralista. Tutto senza un minuto di scioperi, senza striscioni né clamorose proteste. Semplicemente con una delibera di giunta che ha per titolo «Atto di indirizzo per l’applicazione dei rimborsi di tasse comunali alle attività del piccolo commercio». Semplice quanto geniale il sistema. Con questa delibera di giunta il sindaco ha deciso che le trenta attività commerciali del piccolo comune avranno diritto al rimborso totale delle tasse comunali: Ici, Tosap, Tarsu e Imposta pubblicità. I requisiti per accedere al rimborso? Essere titolari di attività di commercio al dettaglio, con superficie di vendita non superiore a 150 metri quadri, possedere insegne pubblicitarie inferiori a una certa dimensione (dieci metri quadri). Insomma, requisiti che fanno star dentro le botteghe di paese ed escludono le grandi superfici.
Per rivitalizzare i piccoli centri storici è sì una questione di ripristino urbanistico (eliminare ad esempio le brutture edilizie di questi ultimi decenni; togliere il “grigio” che caratterizza piazze, strade, periferie continue… ), ma è anche “ritornare ai piccoli negozi, alle botteghe”. Ogni serranda che chiude definitivamente è un pezzo di vita comunitaria di un luogo che finisce. Dobbiamo però essere chiari. Pensare che i piccoli negozi possano “resistere” alla concorrenza (dei prezzi, ma a volte anche della qualità) dei centri commerciali, dei cosiddetti “outlet”, è cosa assai ardua, forse vana. Sì, possono esserci dei modi per resistere alla concorrenza (ad esempio associando negozi e attività in strutture simil-cooperativistiche in grado di avere livelli di produzione e consumo pari al commercio di grandi dimensioni).
Ma non è questo il punto che ci interessa qui. Ci chiediamo piuttosto: è possibile pensare e prevedere il mantenimento nei piccoli centri, nella piazze e strade di paese, di attività residuali? … La piccola bottega di generi alimentari, il negozio del calzolaio, il bar dove con un caffè o un bicchiere di vino uno può star lì seduto a un tavolo e parlare, o giocare a carte o leggere il giornale per una o due ore o mezza giornata…. attività, è da chiarire, che consideriamo “residuali” per il redditi (inferiori alla media), “antieconomiche” per il gestore, il piccolo imprenditore che le esercita…? E’ possibile immaginare persone, “operatori” del commercio o del piccolo artigianato che “decidono” di guadagnare meno, di accontentarsi di meno, ma di poter svolgere un’attività che non ha l’angoscia costante, quotidiana, della competitività e, quel che è più importanti, che debbono avere (queste attività “residuali”) costi di gestione bassi, molto bassi, che così permettono sì di guadagnare magari poco, ma avere poche spese fisse, così da poter lo stesso avere un reddito? Costi bassi significa affitti abbordabili (la vera piaga di chi vuol intraprendere un’attività commerciale adesso…) e niente tasse, un’esenzione totale a chi decide di voler guadagnare poco e, di fatto, permette di mantenere vitale un luogo con la sua presenza, con la sua attività.
Su questo le istituzioni pubbliche, dai Comuni alle Regioni, al Governo possono fare molto, e tutto il sistema ne avrebbe un vantaggio: la detassazione degli affitti introducendo una ritenuta alla fonte (15%?) e così il proprietario non ha nessun altro obbligo fiscale…. l’esonero totale dalle tasse per redditi lavorativi (commerciali o artigianali) sotto un certo “palese, evidente” livello (…l’attuale politica fiscale degli “studi di settore”, dove si misura il reddito con i metri quadri di utilizzo di un’attività, con le persone impiegate, l’energia elettrica consumata eccetera, è risultata del tutto “incongrua e incoerente”; dannosa e fallimentare proprio perché ha colpito in primis le attività marginali…).
E il recupero dei luoghi (che siano storici o meno, architettonicamente belli o come sono spesso, cioè assai brutti…) passa anche per una fattiva “presenza” del cittadino che lì magari ora ci va solo a dormire, e poi macina chilometri per andare nel luogo degli acquisti….): passeggiare e instaurare relazioni proficue nel luogo di dimora; passeggiare e conoscere, vivere la propria realtà non a misura di automobile ma dei propri passi, del proprio camminare partendo dall’uscio di casa… Questo non esclude la necessità di “interloquire” con un’ “area metropolitana” propria, vasta, confacente a bisogni globali che ciascuno oramai ha (cui deve fare i conti): del lavoro, dello studio, di conoscenze e scambi (e qui una mobilità efficiente si fa sentire come necessità primaria). Ma non si può dimenticare il proprio luogo a pochi metri da casa, e lo sviluppo (il ritorno) di attività commerciali e artigianali che impropriamente chiamiamo “residuali” (ma che sono fondamentali per “fare comunità”).









